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I vantaggi di un’alleanza terapeutica medico-paziente

L’aderenza alle terapie è un fattore chiave del successo del trattamento, poiché contribuisce a controllare l’evoluzione della malattia e, soprattutto, a migliorare la qualità e l’aspettativa di vita dei pazienti. Eppure, ancora troppi pazienti non rispettano il protocollo terapeutico assegnato e, così facendo, aumentano fortemente il loro rischio di recidiva o di comparsa di complicazioni e di comorbidità che, in ultima analisi, determinano anche un incremento dei costi per il Sistema Sanitario Nazionale. 

La mancata aderenza alle terapie dipende da numerosi fattori demografici e socioeconomici, e si manifesta in particolare nei pazienti più anziani, che spesso si trovano ad affrontare diverse patologie concomitanti e, quindi, a dover gestire molteplici piani terapeutici e l’assunzione di diversi farmaci nel corso della giornata. Una situazione che richiede uno sforzo psicologico di memoria, organizzazione e costruzione di abitudini non semplice per un paziente. 

I medici possono, a loro volta, provare a stabilire una sorta di “alleanza terapeutica” con il paziente per aiutarlo a seguire con attenzione il trattamento prescritto e trarne i maggiori benefici possibili. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’aderenza terapeutica come «il grado di effettiva coincidenza tra il comportamento individuale del paziente e le prescrizioni terapeutiche ricevute dal personale sanitario curante».

Prima di tutto è opportuno valutare il comportamento del paziente per capire come si manifesta la mancata aderenza. Il colloquio dovrebbe coinvolgere anche i caregiver, per consentire al medico di ricostruire abitudini e comportamenti “pericolosi”, sapere se qualche altro regime terapeutico è stato introdotto o modificato, e capire se il paziente è davvero consapevole di quali farmaci deve assumere e con quali modalità.

Sono stati messi a punto diversi strumenti di valutazione, tra cui registri elettronici delle prescrizioni, questionari e survey, progettati specificamente per questo tipo di valutazioni, che permettono al medico di capire in che modo si manifesta la non aderenza e cosa ostacola l’adeguata osservanza del protocollo terapeutico. Secondo la Federazione Ordini Farmacisti Italiani (FOFI), le possibili barriere che impediscono l’aderenza sono:

  • correlate al paziente (età, autosufficienza, elementi culturali e mentali del paziente, patologie neurologiche ecc.);
  • correlate alla patologia (asintomaticità, cronicità);
  • correlate alla terapia (effetti collaterali, complessità del regime, sovrapposizione con altri regimi terapeutici, modalità di somministrazione, frequenza della dose);
  • correlate all’assistenza medica (relazione medico-paziente, disponibilità di servizi e di sostegni sul territorio);
  • correlate allo stato socioeconomico (condizioni economiche, livello di istruzione, vicinanza di strutture sanitarie, rete sociale di supporto, ecc.).

Ognuno di questi elementi necessita di un approccio differente e personalizzato. In primis l’alleanza medico-paziente può migliorare l’aderenza alle terapie e incoraggiare l’empowerment del paziente, ovvero quella condizione in cui l’individuo è motivato a gestire in modo attivo la propria salute, instaurando una collaborazione tra pari con il proprio medico curante, che inizia già con il coinvolgimento nella progettazione del piano terapeutico e nelle decisioni.

A volte, tuttavia, la possibilità di empowerment è limitata, ma non per questo deve essere compromessa la relazione medico-paziente: il medico deve sempre rendere il paziente consapevole delle conseguenze di una mancata aderenza alla terapia, mentre il paziente deve esprimere i propri dubbi riguardo a effetti collaterali, reazioni avverse e interazioni con altri farmaci. Patologie come depressione e ansia, oltre a minare la qualità di vita del paziente, sono nemiche dell’aderenza alle terapie; se il medico riesce a intercettarne segni e sintomi, potrà indirizzare il suo assistito alle cure di uno specialista e, come conseguenza indiretta, perfino migliorare l’aderenza ai trattamenti. Una relazione di partnership dovrebbe coinvolgere, inoltre, il caregiver di riferimento, il medico di medicina generale e il farmacista.

Infine, la tecnologia può rappresentare un prezioso strumento per consolidare questa partnership, oltre a fornire sistemi di promemoria per l’assunzione delle terapie. I messaggi testuali sono un valido aiuto per il paziente, non vengono di solito percepiti come un'invasione della privacy e, allo stesso tempo, possono essere personalizzati e programmati attraverso applicazioni ad hoc. Allo stesso modo, possono essere utili e-mail di avviso e sistemi di alert che possono essere configurati in automatico sullo smartphone del paziente.

Più futuristici, ma già disponibili in paesi come gli Stati Uniti, sono i contenitori per medicinali collegati via internet o Bluetooth al computer del medico, che permettono di controllare da remoto se il contenitore viene aperto tutti giorni e a che ora ed eventualmente di agire con un messaggio o una telefonata verso il paziente. Per contro, il paziente potrebbe sentirsi sorvegliato e non accogliere bene questa opzione, che tuttavia può essere presa in considerazione quando esistono oggettive difficoltà mnemoniche, come in presenza di sintomi di demenza o in assenza di familiari o caregiver in grado di aiutare.

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