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Quale specialità scegliere all’università?

Secondo le ultime rilevazioni di AlmaLaurea riferite al 2019, i laureati in medicina e chirurgia registrano un tasso di occupazione del 93,8% a 5 anni dal conseguimento del titolo magistrale a ciclo unico, anche se in larga parte di tratta di attività di formazione retribuita, ovvero scuole di specializzazione; il 50,2% dei laureati magistrali svolge un’attività autonoma e soltanto il 14,1% ha un contratto a tempo indeterminato nei cinque anni successivi alla laurea, a rimarcare il forte precariato medico e il problema del ricambio generazionale in questo settore. La retribuzione netta a un anno dal titolo è in media di 1.717 euro, tra le più alte in Italia, che sale a 2.047 euro a cinque anni dalla laurea. Il 98,4% dei medici ritiene che la preparazione universitaria sia efficace nello svolgimento della propria professione, ma la soddisfazione generale per il lavoro svolto si mantiene su un punteggio di 7,6 su un massimo di 10.

In Italia il concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione si basa su una graduatoria di merito unica a livello nazionale ed è articolato in scaglioni. Secondo un’indagine effettuata dall’Associazione Medici Dirigenti (Anaao Assomed), nel 2019 le scuole più ambite risultano essere cardiologia, dermatologia, pediatria, oculistica e neurologia, mentre all’ultimo posto della classifica si collocano le scuole chirurgiche (eccetto chirurgia plastica), ortopedia, igiene, psichiatria, anestesia e rianimazione, medicina d’emergenza e d’urgenza. Proprio le specialità mediche per cui, secondo le proiezioni Anaao Assomed, nel 2025 si registrerà la maggiore carenza di personale: medicina d’emergenza e d’urgenza, pediatria, medicina interna e anestesia, rianimazione e chirurgia generale.

In particolare, il pronto soccorso è la struttura che necessita del maggior numero di specialisti ma, a causa delle difficili condizioni lavorative dovute anche agli eccessivi carichi di lavoro per carenza di organico, ha un’attrattiva molto bassa per gli specializzandi. Situazione simile si registra per le scuole di chirurgia, dove i posti vacanti sono numerosi, ma le richieste limitate a causa della lunga formazione professionale, della scarsa autonomia accordata ai neolaureati e dell’elevata probabilità di rischio clinico.

Le inefficienze di questo sistema si sono palesate con estrema chiarezza durante l’emergenza causata dalla pandemia, evidenziando le carenze nella programmazione del numero di specialisti per regione e disciplina, il cosiddetto “imbuto formativo” determinato dallo squilibrio tra il numero chiuso per l’accesso alle scuole di medicina e chirurgia e l’offerta formativa post-laurea. Anaao Assomed ha individuato come le tre regioni più penalizzate dalle carenze strutturali siano il Piemonte al Nord, la Toscana al Centro e la Sicilia al Sud, ma più in generale è proprio il Meridione a registrare i dati peggiori in rapporto ai posti vacanti.

Date queste premesse, quale scuola di specializzazione scegliere? L’Associazione Liberi Specializzandi (ALS) ha stilato una lista di consigli per aiutare nella scelta della specialità tra le 56 disponibili in Italia: anzitutto non bisogna essere precipitosi, ma occorre riflettere con attenzione, senza farsi influenzare eccessivamente dalla propria posizione nella graduatoria. Il rischio più grande, che può compromettere la professione futura, è impostare il percorso di studio come una “corsa alla borsa”.

Le statistiche andrebbero utilizzate solo per assegnare una priorità alle proprie scelte, non per escludere le scuole di specializzazione le cui prospettive sono meno allettanti. Cruciali sono anche il “fattore scuola” e il “fattore città”: lo specializzando deve chiedersi se preferisce seguire la sua vocazione anche a costo di trasferirsi oppure accettare una scuola meno allettante ma vicina a casa.

Per poter effettuare una scelta consapevole è indispensabile, inoltre, cercare informazioni dettagliate sulle scuole di specializzazione, a partire dai siti web istituzionali, dai dati statistici, dagli obiettivi formativi diffusi dal Ministero e, prestando le dovute attenzioni ed esercitando una lettura critica delle opinioni altrui, nei gruppi social delle scuole. Può essere d’aiuto anche confrontarsi con altri colleghi già in formazione, con i professori universitari di riferimento e informarsi sui siti delle federazioni professionali.

Ultimo elemento da considerare è la prospettiva futura: i cambiamenti sociali, come ad esempio l’invecchiamento della popolazione, ma soprattutto le innovazioni tecnologiche, stanno modificando l’assetto della medicina così come lo conoscevamo un tempo. La professione medica registrerà molte trasformazioni nel futuro: basti pensare all’introduzione delle nuove tecnologie robotiche, all’intelligenza artificiale, alla realtà virtuale e ai sensori che possono essere indossati; stiamo assistendo a una trasformazione culturale che sta già modificando la pratica clinica e che produrrà effetti anche nella relazione medico-paziente, portandola verso una maggiore democratizzazione e collaborazione. La tecnologia fornirà risposte sempre più precise, ma il medico diventerà ancora più importante, perché dovrà essere in grado interpretare i dati e utilizzare al meglio le nuove tecnologie. Ecco perché la scelta della specializzazione oggi deve tenere conto anche di queste nuove competenze.

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